Ambiente agricolo - Sostenibilità - Viticoltura

L’erba: il più efficiente pannello solare che consente la nostra esistenza

25 gennaio 2019

Lo scorso sabato, in conversazione con Francesco Cima, non so perché, lui uscì con la seguente espressione : “l’erba è compagna della vigna come la capretta del purosangue”. Subito non afferrai bene il significato, anzi quasi lo travisai, conoscendolo anche buontempone e pronto a mandarmene una delle sue proprio perché mi conosce bene e sa quanto io sia un paladino della buona gestione dell’erba nei vigneti. Ma subito arrivò il chiarimento perché continuò “il Marchese Mario Incisa della Rocchetta, grande appassionato di cavalli e proprietario di Ribot, indiscusso campione del mondo e definito ‘il cavallo del secolo’(1952-1972), usava fornire ‘compagnia’ a Ribot con una capretta che aveva l’effetto benefico di calmierare il cavallo”.

L’erba è ‘programmata per coprire’, calmierare e proteggere il terreno e se non è presente, si instaura una grave limitazione che conduce verso una perdita di fondamentali energie favorevoli: se tale fenomeno diventa estremizzato si volge gradualmente al deserto (quasi irreversibile improduttività). Le forme di ‘desertificazione’ sono presenti, spesso subdole, anche in ambienti temperati a seguito di una attività agricola con prolungata esposizione del suolo nudo durante l’anno o eccesso di coltivazione.

Le erbe sono fondamentali per produrre zuccheri e costituiscono il ‘carburante’ della vita sulla terra; tra le infinite specie, la famiglia delle Graminaceae o Poaceae, costituiscono ecosistemi essenziali e rappresentano le specie più importanti per il genere umano. Solamente quattro di loro: Oriza sativa (riso), Saccharum officina rum (canna da zucchero), Triticum spp (grano), Zea mays (mais), producono il 60% delle necessità caloriche dei popoli, direttamente o indirettamente come cibo per gli animali.

E poi, sia nella stessa fam.botanica come in altre esistono migliaia di altre specie che interagiscono, a differenza dell’uomo che è molto più limitato, con altre piante, animali, funghi in un habitat di bioritmi importanti. Proprio in questi casi, succede volentieri, che l’uomo non comprendendo questi meccanismi, giunga presto a definizioni drastiche quanto inadeguate: si usa il termine “malerba”. Questo atteggiamento deriva fondamentalmente da una scarsa conoscenza della flora e quindi da attivazione di comportamenti colturali, che spesso avvantaggiano alcune specie che possono diventare concorrenziali-dominanti, a parziale detrimento della coltivazione voluta.

Questo atteggiamento comincia a cambiare e si ripensa a utilizzare meglio la ‘convivenza’ tra specie voluta e quelle meno (es. la taglia alta del grano è nuovamente vista in positivo perché ombreggia e quindi limita altre crescite). Nel caso delle piante arboree, la gestione potrebbe essere più semplice ma anche qui è fondamentale conoscere le caratteristiche della flora del posto.

Nel vigneto la composizione floristica dovrebbe corrispondente al sito colturale come caratteristiche fisico-chimiche e di disponibilità idrica, e seguire la stagionalità del luogo.
Si deve tendere a una consociazione botanica ampia (con molte specie) che in modo concorrenziale assicurano un equilibrio vegetativo. Negli ambienti tendenzialmente aridi le flore chiudono il ciclo vegetativo producendo una protezione fisica sul terreno ‘fino a divenire pacciamatura spontanea’ per preparare la ricrescita successiva appena le prime piogge lo consentiranno.

La copertura vegetale, che può essere quasi permanente in certi ambienti e più limitata in altri, svolge la funzione primaria di controllo di possibili crescite incontrollate di essenze singole. Ma la funzione fondamentale è a carico della conservazione della fertilità del suolo: produzione di materia organica, limitazione degli effetti negativi del sole, ritenzione idrica, qualità biologica del suolo. Questi valori restano validi anche negli ambienti caldo aridi, nei quali, per un periodo dell’anno la biomassa diventa pacciamatura secca, con prevalente funzione di ‘difesa’ del terreno anche da acque meteoriche intense.

In più occasioni si è ricordato che il vigneto per vini di elevata qualità, compresa quella ambientale, deve essere collocato in territori che consentano una regolare maturazione dell’uva, che le qualità del vino siano espressione del sito colturale, che l’impegno verso le patologie del vigneto siano veramente sostenibili e che il terreno conservi i suoi valori di fertilità naturale e dinamica nel lungo periodo.

La gestione dell’erba nel vigneto può trovare infinite soluzioni in relazione alla specifica condizione colturale ma la sua applicazione è universalmente benefica e proviamo a ragionare perché.

Complessa associazione floristica (Maremma toscana)

Nel momento in cui noi realizziamo il vigneto, stiamo creando una monocultura arborea duratura, con tutte le sue problematiche. La crescita di erbe spontanee (che potrebbe esser scelta già prima della messa a dimora del nuovo vigneto) diventa una necessità per contribuire a limitare gli effetti negativi al terreno nudo, riavviare le complessità perse con la preparazione del terreno e riavvicinarsi più rapidamente ad una situazione più “armonica”. Resta il fatto che per conseguire questi obiettivi il vigneto deve essere realizzato in zona ad elevata valenza per il vitigno scelto, su un terreno che possegga il potenziale per far esprimere i migliori valori varietali e dotato di elevato patrimonio di vita biologica, a tutti gli stadi delle catene alimentari. 
Dobbiamo quindi ripensare ai livelli produttivi che sono cresciuti e sostenuti anche da una legislazione fatta ad hoc, ben oltre il “sostenibile” e questo significa riconciliarci con un sistema più armonico e duraturo. Le alte rese ci stanno facendo pagare un conto salato per quanto riguarda le patologie, la fertilizzazione, la perdita nutrizionale dei terreni, l’inquinamento degli stessi, l’erosione. Tutti valori che non sono compresi nei bilanci societari nel breve termine ma lo saranno sicuramente nel lungo termine.

Nei vigneti, il conseguimento di produzioni più contenute e la presenza della flora naturale spontanea costituiscono scelte importanti per delle economie più solide nel lungo periodo con questi principali macro effetti:

  • Longevità dei vigneti (una necessità urgente considerato il drammatico momento che viviamo)
  • sensibile riduzione delle patologie di ogni tipo
  • crescita qualitativa dei valori positivi nell’uva e nel vino futuro. Per quanto riguarda l’uva, acini e grappoli più piccoli, buccia più spessa e resistente e quindi potenziali qualitativi superiori (polifenoli, equilibri zuccheri-acidi, PH). Capacità di resistenza dell’uva su pianta al deterioramento anche in caso di prolungate piogge ed altri eventi climatici sfavorevoli (nebbie ecc.)
  • conservazione del “patrimonio-terreno” permettendo il suo consapevole utilizzo nel tempo
  • assorbimento di CO2 dall’atmosfera

La vigna è una scultura architettonica abitata da infiniti equilibri ed armonie dinamiche ad ogni stagione, giorni ed attimi.

E mi piace ricordare Cesare Pavese che ne “La luna e i falò” recita anche.. ‘non c’è niente di più bello di una vigna ben zappata, ben legata, con la foglia giusta e quell’odore della terra cotta dal sole di agosto..’
Stupendi passaggi letterari che scolpiscono un tempo di artigiani viticoltori che si destreggiano per il massimo beneficio annuale (quantità di uva) e la bellezza della vigna (una necessità pratica).

Bisognerebbe peraltro anche menzionare le gravissime conseguenze della perdita di terreno a seguito dei temporali o delle non infrequenti faticose vendemmie nei filari fangosi. E infine quale contadino avrebbe mai usato il proprio fieno o paglia per coprire la sua terra (pacciamatura) in quei momenti di diffusa povertà? Anche questo ci deve dar più sprono e renderci più consapevoli che è nostro dovere oggi di avere più rispetto del meraviglioso patrimonio suolo che non ha capacità produttive infinite.

L’erba non cresce più in fretta se la tiri (proverbio africano)

 

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