Sostenibilità

Anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera: vi sono effetti sulla qualità del cibo, compresa l’uva ed il vino?

10 gennaio 2018

Il primo di novembre guidavo l’auto al rientro dalla Maremma e, tra l’altro, con Antonella, si parlava dell’onnipresente argomento dei “cambiamenti climatici”.
L’argomento è discusso praticamente ovunque ed ognuno pare sentirsi in dovere di raccontare la propria versione. Un fatto ormai teatrante e somministrato ad uso e consumo per ‘distrarre’ da problemi ben più concreti. Ormai non si sfugge più alle immagini che mostrano ghiacciai che si sciolgono e fragorosamente precipitano negli oceani od orsi alla ricerca di approdo o cibo. Insomma la Verità, quella maiuscola, è dominio di pochi ma il teatro deve proseguire.
Mi aveva invece molto catturato la prestigiosa ricerca del biomatematico Irakli Loladze, (@loladze) sulla perdita del valore alimentare del cibo.
Come alcune scoperte clamorose, il tutto è partito da materiali semplici e metodi cartesiani per rispondere alla domanda: è vero che l’atmosfera sta cambiando in peggio il cibo che mangiamo?Irakli Loladze, con altri ricercatori, ha realizzato una scoperta straordinaria riferita allo zooplankton (microscopiche biologie che sono presenti in tutto il mondo acquatico e che si nutrono fondamentalmente di alghe).
Le sue ricerche evidenziarono che era possibile far crescere più velocemente le alghe attraverso un aumento dell’illuminazione. Quando fu somministrata maggiore intensità luminosa alle alghe, esse crebbero più velocemente, lo zooplankton trovò molto più cibo ma ad un certo momento mostrò difficoltà di sopravvivenza: si era verificato un paradosso! L’incremento di luce era certamente stato responsabile di una crescita più veloce delle alghe ma esse, in compenso, contenevano meno nutrienti necessari alla crescita regolare dello zooplankton. Ossia con la crescita ‘velocizzata’ delle alghe semplicemente si era prodotto un cibo ‘spazzatura’ (junk food) responsabile della moria per fame dello zooplankton. La dinamica alghe-zooplankton venne descritta con un algoritmo per spiegare la relazione tra una sorgente di cibo ed un pascolo che dipende da tale cibo.
L’autore e collaboratori cercarono presto di estrapolare tale relazione ed estenderla in altri settori. Ad esempio come avrebbe potuto funzionare nel rapporto erba-mucca? Oppure nel caso del cereale riso e la nutrizione umana?

Per le piante che vivono sulla terra il problema non è dato dal ricevere maggiore luce ma dal fatto che, da diversi anni, esse ricevono molta più disponibilità di CO2 atmosferica e, che all’innalzarsi di questa, consegue un cibo meno nutriente per l’uomo che se ne nutre.
E’ ben documentato il ciclo del carbonio tra suolo e atmosfera con l’aumento dell’attività umana e l’incremento importante del consumo delle risorse fossili.
Ne consegue che ogni foglia sulla terra produce via via più zuccheri man mano che i valori della CO2 si innalzano. E noi siamo testimoni della più grande immissione di CO2 nella biosfera della storia umana, una iniezione che diluisce gli altri nutrienti delle nostre necessità alimentari.
Ma c’è di più, le verifiche su frutta e verdure mostrano che i loro minerali, vitamine e proteine sono drasticamente diminuiti negli ultimi 50/70 anni. La motivazione? abbiamo implementato ‘miglioramento’ genetico principalmente mirato ad accrescere i livelli produttivi nei broccoli piuttosto che nei pomodori, frumento, mais, orzo…ecc. con il risultato inaspettato di avere un ‘pacchetto’ di cibo meno nutriente. Nel 2004 infatti uno studio degli stessi ricercatori su frutti e verdure ha mostrato come proteine, calcio, ferro e vitamina C siano significativamente diminuiti negli orti domestici a partire dal 1950, soprattutto a motivo del cambiamento delle varietà utilizzate.
Vi è da considerare un altro importante aspetto: le piante utilizzano la CO2 per vivere come per gli umani è fondamentale l’ossigeno. E nell’infinito dibattito sui cambiamenti climatici, un fenomeno che viene poco considerato è come il livello di CO2 nell’atmosfera sia in continua crescita. Prima della rivoluzione industriale, l’atmosfera della terra aveva circa 280 parti per milione di CO2. Nel 2016, il nostro pianeta ha raggiunto 400 ppm e potrebbe essere conseguito un valore di 550 ppm tra 50 anni se non si riducono drasticamente le emissioni, subito. Infatti la CO2 rimane nell’atmosfera per migliaia di anni e negli oceani ancora più a lungo. Su due problematiche son concordi gli scienziati:

  1. se non riduciamo le emissioni di CO2 non saremo in grado di mitigare i cambiamenti climatici

Inquinamento dalla pianura Padana che entra nella valle Belbo (Cn)

  1. I livelli di CO2 non scenderanno sotto quelli attuali per molte generazioni a venire

Ma per ritornare in agricoltura, potremmo pensare che una più alta concentrazione di CO2 nell’atmosfera migliori la fotosintesi con conseguenti maggiori quantità di produzioni e dovrebbe allora essere benvenuta! Invece, come dimostrato dagli studi di Loladze, al pari di quanto osservato con lo zooplankton, grandi produzioni e qualità del cibo sono inversamente correlati. Crescendo la disponibilità di CO2 le piante crescono di più e producono molti più carboidrati a spese però di altri nutrienti dai quali noi dipendiamo.

Da qui la dimostrazione in diversi studi che la crescita della CO2 nell’atmosfera e la qualità della nutrizione umana sono inversamente correlate attraverso una caduta della qualità delle produzioni.

Ma tali argomenti non sono né discussi né tantomeno studiati in scienze agronomiche così come nel campo medico della salute pubblica. Spesso si preferisce ‘vendere’ ancora altra merce come gli integratori alimentari, che ormai hanno invaso tutte le farmacie.

E’ difficile ma non impossibile avviare un esperimento di verifica su come la CO2 influisca sulle piante. Questa ricerca (FACE= free-air carbon dioxide enrichment) consiste nel creare una struttura capace di somministrare loro CO2; un testimone prossimale viene monitorato in condizioni ambientali normali. Per le piante della categoria “C3”, ossia circa il 95% delle piante conosciute tra le quali il frumento, riso, orzo, patate ecc, elevate quantità di CO2 hanno causato importanti mancate sintesi di minerali (mediamente -8%), in particolare calcio, potassio, zinco, ferro. Le stesse condizioni hanno mostrato di ridurre le proteine anche in modo significativo (-6% in frumento e – 8% in riso). Negli USA l’accresciuto valore in zuccheri sintetizzati ha ulteriormente incrementato i già gravi problemi di salute pubblica come obesità e malattie vascolari.

Uno studio successivo, portato avanti dal Dipartimento dell’Agricoltura Centro di Ricerca in Beltsville, Maryland, riguarda il polline per le api prendendo in esame i cambiamenti verificatisi nella pianta ‘goldenrod’ (fam. Asteracee, gen Solidago) che è per loro estremamente importante. Infatti la sua fioritura tardiva ed il suo polline forniscono una importante risorsa di proteine alle api prima di affrontare l’inverno. Siccome la Solidago è selvatica e nessuno ha mai fatto del miglioramento genetico producendo nuovi tipi, essa non è cambiata nel tempo come invece è avvenuto per la maggior parte delle specie coltivate. Nello Smithsonian Institution, uno dei maggiori musei mondiali, si conservano centinaia di campioni di goldenrod, che risalgono al 1842, fornendo così la possibilità di verificare da parte dei ricercatori come tali piante siano cambiate nel tempo. Ebbene è stato verificato che il contenuto in proteine del polline di goldenrod sì è ridotto di un terzo a partire dalla rivoluzione industriale. Questo potrebbe anche spiegare perché le api ovunque nel mondo siano in declino: una minore disponibilità di proteine prima dell’inverno può rappresentare un ulteriore fattore che mette a rischio la loro sopravvivenza.

Alla luce di questi fatti, ritengo importante stimolare le conoscenze per meglio capire la connessione tra la scienza climatologica e la salute umana. Le ricerche sulla qualità alimentare del cibo cominciano ora a trovare più attenzione anche in Cina, Giappone, Australia oltre che in USA (USDA).

Nel 2014 uno studio è stato pubblicato sulla rivista Nature che dimostra come al crescere dei valori di CO2 nell’atmosfera si abbassano i valori nutrizionali delle coltivazioni C3. Questo studio magistrale ha utilizzato 130 varietà di piante con più di 15.000 campionamenti, proprio per verificare le conseguenze della crescita della CO2 e le sue conseguenze sui valori nutritivi delle piante.

La concentrazione di minerali quali calcio, magnesio, potassio, zinco e ferro ha avuto una contrazione dell’8 % mentre il rapporto carboidrati/minerali era aumentato. Ossia, le piante come le alghe, cominciavano a produrre cibo meno ‘buono'(junk food). E’ finalmente ormai avviato un fondamentale filone di ricerca ma, purtroppo, gli studiosi che si occupano di tale settore trovano tanti ostacoli e la parola “clima” è sufficiente a far ‘deragliare’ una robusta e profonda conversazione .

“Il vero elefante nella stanza è l’anidride carbonica… che rimane nell’atmosfera per migliaia di anni”  con il valore di 400 ppm di CO2, siamo entrati in una nuova era climatica (Tallas).

Inquinamento che da Torino si sposta sulle Alpi e zone collinari a vigneto

E viticoltura e vino quanto contribuiscono alla crescita della CO2 nell’atmosfera?

Vorrei ricordare come in zone di collina ad alta vocazione vigneto, si consumino mediamente, per la coltivazione di un ettaro di vigna, 240/260 litri di gasolio.

Questo valore può anche raddoppiare in zone fertili ad elevata vigoria vegetativa e forte pressione dei patogeni. Considerato che 1 litro di gasolio produce 2650 g di CO2, vengono immessi nell’atmosfera da 700 kg a 1300 kg di CO2/ettaro di vigneto/anno. In Italia vi sono a vigneto circa 642 mila ettari ma tralascio la somma, troppo ipotetica.

Vi è quindi chiara evidenza di come la viticoltura, al fine di catturare almeno parte della CO2 emessa, debba “rientrare” in una situazione policolturale aziendale ben studiata, nella quale una parte della superficie abbia destinazione boschiva, prativa ecc.. Le situazioni di elevata intensità colturale o quasi-monocoltura-vigneto che si sono variamente realizzate anche in tempi diversi (es. Asti-Moscato, Barbaresco, Barolo, Bordeaux, Bourgogne, Champagne, Montalcino, Prosecco.. ), derivano tutte, come origine, da una economia agricola policolturale (vigneti, pascoli, seminativi, macchie boschive ed alberi importanti).

Viticoltura estensiva in Veneto

E’ sufficiente visionare la documentazione fotografica storica per constatare la dinamica del paesaggio agrario. Spesso si sono verificate anche improvvise economie locali (da trenta/quaranta anni) che sono state ‘vittime’ di un successo esagerato e che ora mostra dei limiti importanti e difficilmente colmabili se non con soluzioni collettive.

Non è certamente un passo indietro rivedere alcune scelte poco razionali ma bensì due in avanti per valorizzare meglio il paesaggio, ridurre l’inquinamento, ridare longevità produttiva ai territori anche nella crescita della necessaria biodiversità e ciò soprattutto significa essere più lungimiranti.

La viticoltura, compresa la cantina ed annessi, si può realizzare con modalità e mezzi molto meno ‘produttori di CO2’ per giungere ad un bilancio della Carbon Footprint più contenuto o persino positivo, come alcune realtà già dimostrano. Forse molti imprenditori di settore sono talmente ‘affogati’ in tante incombenze, doveri, ecc… o forse non hanno ancora avuto modo di esser informati, ma sarebbe doveroso portare a tutti queste conoscenze, ormai non più differibili.

La più importante domanda del consumatore in visita all’azienda vitivinicola non sarà più limitata alle solite “durata della fermentazione o tipo di lieviti o quale tipo di recipiente utilizzate” ma bensì “per favore mi può parlare della Carbon Footprint dell’azienda” e poi andare oltre.

Insomma, non esiste più impresa di qualsiasi genere che non si attrezzi per migliorare il bilancio delle emissioni e invece è mai possibile che nel settore vitivinicolo si stia ancora dormendo?

Inoltre sono in arrivo meccanizzazioni più leggere, elettriche, motori ad idrogeno, droni, robots, intelligenze artificiali… e tutti continuano a correre con i carri armati, così distruttivi del terreno e… dei conducenti.

Sono fermamente convinto che siano da sostenere le ricerche che prendano in esame la verifica dell’incremento della CO2 nell’atmosfera e i suoi effetti sulle caratteristiche nutrizionali delle uve da mensa e quelle per produrre vini: una ricerca ormai prioritaria e indilazionabile. Stante che negli anni ‘50 e ‘60, i valori della CO2 atmosferica erano largamente inferiori a quelli attuali e l’andamento climatico più temperato, le percentuali di zuccheri che si conseguivano nelle uve erano significativamente inferiori rispetto ai valori attuali.  E oggi? Nelle zone vocate, è ormai consuetudine avere troppi accumuli di zuccheri nell’uva a scapito di altri parametri con facili disarmonie o necessità di interventi correttivi. Da qui una fondamentale domanda che attende risposta: quale è la conseguenza della crescita della CO2 atmosferica sul valore alimentare dell’uva da mensa o da vino, nei numerosissimi e dinamici composti che ne determinano il valore?

Trovo sorprendente come il mondo della ricerca sia ancora rintanato a verificare la fisiologia vegetale della pianta di vite come se fosse tutta una questione di efficienza fotosintetica! Mi sembra che siamo al paradosso: dobbiamo invece cercare di far ‘lavorare meno la foglia’!

Succede, inoltre, che la ricerca sposti il tiro… altrove, pensando ad ottenere piante senza patologie con ingentissimo travaso di fondi pubblici verso obiettivi per lo meno sconsiderati anche perché non portati a conoscenza di tutte le  imprese che interagiscono nel settore vino: un mondo straordinariamente articolato e foriero di fondamentali plus valenze !

Concludo ribadendo la necessità di orientare la ricerca degli effetti della CO2 sul settore uva-vino: un potenziale ed enorme filone di sviluppo scientifico che non esiste nemmeno nel cassetto… mentre potrebbe portare un innovativo e fondamentale contributo.

Serve assolutamente più informazione ‘giusta’ e al momento ‘giusto’, più educazione (= conoscenze), più cultura, più rispetto… della nostra ancestrale storia di produttori di cibo, di splendidi vini, di paesaggi agricoli armonici.  Occorre più preparazione per affrontare il futuro dell’attività di produttori di uva e di vino in ogni periodo storico. Chi è bravo produttore di vino, di questa inestimabile preziosità, non si può esimere dall’impegnarsi personalmente, seriamente e senza fare rumore. Sono semplicemente sconcertato nell’osservare invece ancora tanta indifferenza verso questi valori. Ma sono pure fiducioso perché qualcosa di importante è già in movimento ed i pionieri sono coraggiosamente in campo: bisogna lavorare, adesso!

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