Ambiente agricolo - Vino ed Emozioni - Viticoltura

ITALIANITA’ nella pratica vitivinicola e nel vino: valori importanti che dobbiamo difendere e comunicare.

31 dicembre 2014
Paesaggio agricolo medievale in Toscana
La coltivazione della vite nel “nostro stivale” ha testimonianze profonde (Enotria tellus: significato di coltivazione delle piante tre a tre legate al palo). I reperti archeologici sono tantissimi: i vasi di Siracusa, i reperti in Valle Padana, e poi gli Etruschi con la loro ritualità e concezione del bere e coltivare la vigna. Ma anche le loro esportazioni di vino in Francia: anfore sono state ritrovate nell’attuale Bourgogne, a testimonianza. Quindi Columella (primo sec d.c.) con stupende descrizioni di come condurre la vigna e dove. Plinio il Vecchio ( 23-79 d.c.) racconta nella sua Naturalis Historia della Valle del Rodano che si può considerare la prima zona del vino di qualità di tutta Francia e dove venne fondata l’attuale Narbonne. I Romani furono responsabili dell’espansione del vigneto e coltivazione verso Nord con le attualissime conseguenze del ‘vino per tutti’ ma nella chiara definizione di “vinum”, cioè vino annacquato e “merum”o vino integerrimo.Poi il Medio Evo e per il vino la ripresa grazie ai religiosi attraverso Abbazie e Monasteri, le indicazioni di “tractoria” (carri per il trasporto uva), “palmentum” (zona pigiatura uve),”cellarium”.. tinelli (cum vasi fidctili
et ligneis, 1036). Storia fondamentale per comprendere le radici profondissime dalle quali proveniamo. Pier Dè Crescenzi, 1233-1320, già si esprimeva nelle differenze di caratteristiche tra varietà di viti (foglia, grappoli, sapori, attitudini alla maturazione). La Repubblica di Venezia, maestra dei commerci e porta d’Oriente, ci offre
inestimabili valori attorno al vino e alla sua origine; forse l’esempio più coinvolgente è quello delle Malvasie. E poi Caterina de’ Medici, sposa nel 1533, che introdusse in Francia le raffinatezze: l’uso della forchetta, l’abitudine al gusto e profumi anche dei vini, dell’arte.

Con tutto questo patrimonio che molto rapidamente ho solo minimamente ricordato, proviamo a calarci nella quotidianità di comportamenti. Ho pensato per tanto tempo, almeno tre decenni, alla dinamica dei vigneti e del vino in tutte le loro manifestazioni; ma anche all’educazione scolastica e professionale, alla comunicazione e mi sono proprio convinto di una grande ‘lacuna’: siamo diventati sempre meno riflessivi ed orgogliosi di quanto ci appartiene e soprattutto di una storia, cultura, artigianato tra i più eccellenti al mondo. Siamo invece diventati sempre più dipendenti dal mondo del vino ‘francese’ e non solo, nella terminologia, vitigni, scelte viticole ed enologiche: non manca mai di trovare un bravo vignaiolo o esperto di vino che per sentirsi ‘grandicello’ fa riferimento alla Francia, si sente grande
soprattutto quando coltiva i vitigni bordolesi o limitrofi.. e non pensa abbastanza alla sua di storia, alla ricchezza di germoplasmi di territori, spazi agrari, insomma manca l’orgoglio di appartenenza e la lungimiranza economica dei veri valori futuri.Ma avete mai sentito che venga coltivato Oltralpe un vitigno “italico”? Forse l’unico, il Trebbiano chiamato Ugni blanc, che serve per distillati in Charente, grande regione del Cognac.

Per esser ancora più chiaro farò un esempio solo. È ormai quotidiano e nelle situazioni più inaspettate, di sentire usare il termine “terroir”; lo usano i vignaioli più ‘sprovveduti’, quelli più cresciuti, quelli più esperti, quelli che così comunicano un loro status. Ma si impegnano anche molti altri: si organizzano Convegni col titolone Terroirs, si invitano esperti Prof rigorosamente d’Oltralpe che ci raccontano un sacco di notizie su Bordeaux, sui vini Cabernet, Merlot.. (quanto ricordo il ‘pensiero’ del Prof.Usseglio Tomasset), su come si usa il ‘legno’ per portare aromi nel vino, come si usano i trucioli di legni diversi…come l’aggiunta di ‘quell’ingrediente’ nuovo…darà spettacolo di aromi…sempre nell’ambito del “terroir” che con cadenza costante, l’oratore ci ricorda scandendone il nome con rallentato e forte accento francese. Ho passato tantissimo tempo con i colleghi esperti francesi, sia per scambio scientifico e culturale che per rappresentanza in sede OIV di Parigi e nutro riconoscenza per questo fruttuoso passato. Ma soprattutto il mio plauso corre ai colleghi di Angers, ed in particolare a Christian Asselin che, in tempi non sospetti, hanno saputo portar alla luce un argomento complesso come quello che già i romani avevano peraltro ben compreso ed identificato in “territorium”. Ebbene gli amici ricercatori di Angers, via via non hanno ricevuto più sostegno al loro progetto, ma si è venduto il ‘brand’ che ha conquistato spazi importanti. Ricordo anche quando la Francia del vino, come strategia nazionale, ha scelto la ‘non culture’ ossia il diserbo totale con pericolosi erbicidi residuali nei vigneti, cercando anche di esportare tale tecnica.. per fortuna con successi limitati da noi, nonostante l’appoggio di alcuni luminari. Oppure i residui urbani ricchi di ogni sorta di spazzatura utilizzati nei vigneti della Champagne. Ma anche in Italia non abbiamo perso tempo…e si stavano introducendo nuovi fungicidi sistemici, insetticidi, acaricidi…Era anche il periodo (fine anni ’70) durante il quale, diversamente, approdavo alle ricerche ed insegnamenti di Ivancich Gambaro a Padova, entravo in contatto con Baggiolini, Baillod, Schmidt alla Station Federale de Changins (Svizzera) straordinariamente avanti nel proporre una viticoltura più in armonia col territorium.. e nella profonda consapevolezza della necessità di cibo ed ambienti più salubri. Ho portato e spedito i fitoseidi (per contrastare biologicamente gli acari fitofagi) al collega Serge Kreiter, ENSAM, laboratorio di acarologia di Montpellier e loro erano…agli inizi e noi…quanto si era avanti!
Paesaggio vitivinicolo toscano
Orbene, non desidero affatto divagare o additare misfatti ma
semplicemente vorrei provare a dare una svegliata a chi dorme profondamente:
oggi anche in Francia ci sono straordinarie reazioni positive (Association des
Vins Naturels, La Renaissance des Appellations, S.A.I.N.S. ) e mi sembra quanto
mai appropriato ricordare che occorre reagire alla nostra decadenza anche
culturale, abbiamo dimenticato la scaletta dei valori e siamo rinunciatari del
nostro passato oppure continuiamo a sgretolarci in tanti rivoli di ‘saputelli’,
anche se consolidati, imprenditori.
Più cammino nel mondo più constato che, a molti di noi italiani, manca proprio un approccio mentale che nasce con l’educazione scolastica e che stentiamo a ricostruirci poi da grandi. E proverei ad andar più in profondità in tal senso. L’approccio del “sistema” francese si basa sul metodo cartesiano, che si interroga e vuole arrivare ad una dimostrazione ragionata della realtà: quindi definizione, tesi, antitesi, conclusione. L’approccio tipicamente ‘italiano’, non un metodo infatti, chiede l’adesione ideologica ad una asserzione, a dei postulati, con tutte le conseguenti possibili manipolazioni del pensiero, o peggio, scollamento dalle realtà. Abbiamo aderito a tante.. ideologie nella nostra storia, ed ancora oggi.. non manchiamo di darne ampia dimostrazione.
Ritornando alle mie brevi riflessioni, un gran plauso va all’economia del vino francese, strutturata, compatta, articolata nelle discipline, altamente
professionale; dobbiamo osservarla bene per imparare, sempre, e poi con le nostre capacità anche un poco ‘artistiche’ possiamo addirittura far meglio, ma copiare supinamente è solo deleterio. La straordinaria e variegata regionalizzazione delle nostri patrimoni del vino ci aspetta per scoprire valori irripetibili altrove e che, forse, neanche più sappiamo di avere cosi vicini. Ritengo pertanto che esistano, da noi, alcuni punti di forza, economicamente originali sui quali dobbiamo impegnarci prontamente:
•     i numerosi germoplasmi dei vitigni e la loro spiccata regionalizzazione;
•     i paesaggi della vigna e del vino, un mosaico raffinato di energie impreziosite dalla storia e culture;
•     le professionalità italiane di settore nell’impresa media e grande ma soprattutto nell’artigianato intelligente e preparato;
•     la produzione e comunicazione di vini e territori sempre più salubri e forieri di altre economie del ben-essere totale ed italiano.
Questo il mio augurio per un futuro di solido successo del vino italiano.
Pantelleria: viti di zibibbo patrimonio Unesco

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